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Io, la mia mamma e le “quote rosa”

Stamattina ho telefonato a mia madre. Dovevo farlo, era necessario.
Perché ieri sera ho quasi gioito del fatto che lei e le sue coetanee vedranno allontanarsi la pensione, che credevano ad un soffio, per garantire a noi ed ai nostri figli la possibilità di arrivare ad uno “straccio di pensione”.
Dicevo, l’ho chiamata per parlarle per ascoltarla, per sentire come la sta vivendo.
Mamma è un’insegnante elementare, ha 59 anni, ha chiuso l’anno scorso con una quinta elementare composta da 30 alunni e adesso sta gestendo una prima elementare con 27 seienni scatenati.
E allora abbiamo parlato per un po’ facendo i calcoli e abbiamo concluso che dovrebbe andare in pensione alla fine di questo ciclo, portando in quinta gli attuali seienni. E poi mi ha detto “speriamo davvero, perché io non sento di farcela, a 65 anni, a ricominciare con dei bimbi di prima elementare”.
Ma mamma è consapevole di sacrificarsi per me e per mio figlio e stringe i denti, anzi, mi ha detto che secondo lei non è poi così ingiusto parificare l’età per andare in pensione a quella degli uomini.
Parità, parità, parità… Ma poi è sbottata!
“A me ‘ste quote rosa non piacciono per niente, cosa vuol dire? Io devo arrivare ad occupare una certa posizione o a fare politica se sono brava, non perché sono una percentuale!”
Ecco, io non mi sono mai espressa pubblicamente sulle “quote rosa”, ma ne ho parlato con la donna che mi ha insegnato che abbiamo gli stessi diritti degli uomini, e allora adesso dichiaro il mio pensiero.
Concordo con mia madre, le quote rosa non mi piacciono, per niente.
Sono un modo sbagliato per risolvere a valle, un problema che nasce a monte.
Io non voglio entrare in politica o in un CdA perché devo fare numero (in politica mi è già capitato nel congresso regionale lombardo dei DS, ed è stato spiacevole essere ripescata perché femminuccia), io voglio essere messa in condizione di arrivare a ricoprire determinati ruoli.
Dobbiamo combattere per gli asili nido, per la paternità obbligatoria, per robe pratiche che ci permettano di “liberare risorse” da dedicare alla nostra crescita professionale e che aiutino a scardinare certi preconcetti sulle donne che ricadono su tutte, che ci sia o meno la prole.
Published inL'angolo delle riflessioni

5 Comments

  1. Beh, intanto questa cosa che si allontanano le età pensionabili per dare ad altri la possibilità di avere qualcosa… io non ci credo neppure un pochettino. I soldi risparmiati finiranno in ammortizzatori un anno per la Fiat un anno per qualche altra azienda e i sacrifici dei padri non ricadranno neppure un poco sui figli.
    E per quanto riguarda le quote, beh, mi dispiace, ma anche se tu dedicassi il 90% del tuo tempo alla politica e non avessi figli… ti scontreresti comunque con un sistema la cui asimmetria è data da una mancanza di rappresentazione, prima che di rappresentanza. Te lo garantisco. Prova ad essere una saldatrice single e senza figli, in un territorio dove c’è una forte ricerca di saldatori. Prova ad essere un’ingegnere meccanico. Io credo che le quote occorrano per cambiare la rappresentazione prima di tutto, spaccare le dinamiche di controllo e gestione del potere, la suddivisione delle cariche tra i soliti noti. Dall’ultima scrivania all’ultimo bancone in capannone. Poi possiamo anche toglierle. Ma non esistono esempi di paesi dove le cose si siano ottenute con calma e calmetta, con la dimostrazione della bravura. No, non esistono proprio. Poi sinceramente anch’io sono finita a fare delle cose in politica perchè ripescata in quanto donna: ma ti garantisco che ero consapevole di meritarmi pure 3 gradi in più. Però fintanto che non entri negli spazi dove puoi dimostrare quello che sai fare… neppure impari ad agirli, neppure ti costringi nella fatica di circostanze che si accordano davanti a un sigaro o a un wisky piuttosto che davanti a un tavolo. Poi possiamo non chiamarle quote, possiamo chiamarle leggi contro le discriminazioni, come hanno fanno negli USA o in Gran Bretagna… ma non chiudiamoci dentro un dualismo “quote si o quote no” che nulla risolve e non ci basta più. Sara

  2. Grazie Sara per il tuo contributo, molto argomentato.
    Adesso ti faccio una domanda: chi, secondo te, siederà nei CdA come quota rosa? Professioniste preparatissime che quindi potrebbero fare le pulci al bilancio? Ne dubito fortemente.
    Se invece mio figlio vede suo padre dividere con me la sua cura e quella della casa, probabilmente “con calma e calmetta” avrà maggior considerazione del lavoro delle donne, come ne ha mio marito o mio fratello, ad esempio.

  3. Io concordo con Sara; le quote per me sono uno strumento di affermazione dei diritti, a fronte di un riconoscimento di una discriminazione di fatto esistente, in Italia addirittura eclatante; da affiancare ad altri molteplici strumenti di rivendicazione, di educazione, di semina. Il potere pubblico ha, io credo, il dovere di cercare strade al di sopra dei pregiudizi e delle discriminazioni, e questo significa anche “forzare la mano” a chi in Cda o nelle liste di partito di donne non ne metterebbe per niente. L’hanno fatto persino in Svezia per dimostrare che anche le donne possono stare nei Cda delle aziende private, i risultati sono migliorati e adesso dicono che non tornerebbero indietro. Ecco, magari tra qualche decennio se ne riparla e si valuta che non servono più. Vogliamo dire che se nei Cda o nei parlamenti non ci siamo è perché non ce lo meritiamo? A me sembra che ogni posto sia spesso guadagnato al triplo della fatica rispetto ad un maschietto. è giusto questo? Poi certo ci saranno donne e uomini ottimi e pessimi ovunque, ma intanto se un partito decide di darsi come regola la “quota rosa” fa un passo concreto per i diritti civili.

  4. Rifaccio la domanda: chi, secondo voi, siederà nei CdA come quota rosa? Professioniste preparatissime che quindi potrebbero fare le pulci ai bilanci? Sapete in che modo GIA’ si nominano i CdA?

  5. Ciao Michela,
    direi che la penso come te e l’avevo anche scritto nel mio post per il blogging day di 2Eurox20Leggi.

    Questo il passaggio:
    “Onestamente, devo dire che non mi trovo d’accordo su tutti i temi trattati: a mio parere, le varie norme sulle “quote rosa” rischiano di avere un effetto controproducente, cioè di creare ancora più diffidenza verso le donne iscritte nelle varie liste per obbligo e non per effettiva e condivisa convinzione. In questo modo, una volta elette offriranno ai colleghi maschi il pretesto per essere giudicate meno capaci e meritevoli di quanto realmente siano.”

    Ciao.

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