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Una storia di violenza economica

Sempre più spesso parlo di Educazione Finanziaria come strumento di prevenzione della violenza economica. Ma non solo. Educazione Finanziaria come cassetta degli attrezzi per riconoscerla la violenza economica.

Ma che faccia ha la violenza economica? Una mia lettrice ha voluto condividere la sua storia per mostrare a tutte e a tutti in che modo questa violenza nasce, cresce e si può combattere.

Le lascio la parola.

Sono una madre di quasi 48 anni, ho quattro figli minorenni, mi sono sposata nel 2003.

Ma facciamo un passo indietro.

Nel 1999 mi sono laureata col massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria, ho iniziato a lavorare come impiegata, come traduttrice freelance, mi sono specializzata in traduzione letteraria, ho seguito corsi specialistici di educazione cognitiva conseguendo abilitazioni che mi hanno permesso, per qualche tempo, di svolgere funzioni di speciale supporto a famiglie e scuole di primo e secondo grado.

Subito dopo il matrimonio, mi venne proposto di chiudere il mio conto corrente ed unire i miei risparmi a quello di mio marito, in un conto corrente cointestato. Perché in famiglia non ci possono essere divisioni, in famiglia deve essere tutto di tutti, tutto trasparente.

Accettai.

Con l’arrivo dei figli, la consapevolezza che il mio lavoro, o meglio la mia realizzazione in campo occupazionale, non fosse ritenuta importante da altri se non da me, si è fatta sempre più strada.

Cambiare lavoro dopo la nascita di un figlio era diventato per me una cosa normale, seppur faticosissima con la conseguenza che ogni volta la mia posizione lavorativa era sempre più precaria, io sempre più frustrata, piena di dubbi e insicurezze.

Il padre dei miei figli non ha mai percepito questo come un problema. La cosa importante per lui era che io mi assicurarsi del fatto che ad ogni nascita il nuovo assetto familiare non sconvolgesse la sua tranquilla e contrattualmente indeterminata condizione lavorativa: era lui a dare stabilità economica alla famiglia, non certo io. Era dunque fondamentale che io mi occupassi dei figli a tempo pieno, al fine di rendergli la vita meno complicata possibile: la sua era una grande responsabilità, mantenere una famiglia numerosa con un lavoro che portasse a lui ogni beneficio personale, poiché questo merita un uomo che si sacrifica per la famiglia. La mia realizzazione personale veniva vista come un di più, un vezzo, un capriccio non necessario e “a dir poco irresponsabile”, volendo citare i miei suoceri: ora che ero madre dei loro nipoti stavo ancora a pensare a fare la professoressa? Già, perché in famiglia venivo chiamata “la professoressa”, quando per contro io non ho mai avuto una cattedra, come mi sarebbe tanto piaciuto, ma ho sempre svolto attività umanistiche secondarie, per cui di dubbio valore.

Dopo essere stata licenziata alla nascita del primo figlio, avere aperto e chiuso un paio di partite IVA nel giro di un decennio e lavorato in Co.Co.Co. mi sono arresa all’evidenza: non potevo continuare ad essere egoista e costringere mio marito a prendersi ferie e congedi quando dovevo fare tardi in studio per avviare la mia attività. Non potevo continuamente sottoporgli quanto fosse penoso per me fare la madre, la donna di casa e la professionista in eterno rilancio. Lui un lavoro ce lo aveva ed era sicuro. Quindi di comune accordo decidemmo che lo avrei lasciato stare, che non avrei più preteso di essere capita e aiutata, e che avrei smesso di richiedere aiuto ai nonni: del resto sua madre aveva chiuso il negozio dopo avere avuto il terzo figlio. E anche la moglie di suo fratello, dopo il matrimonio, aveva rinunciato al lavoro, al conto corrente ed all’auto di proprietà e si era adattata a crescere i figli da sola e senza mezzi di trasporto. Quindi io potevo solo baciarmi i gomiti perché l’auto l’avevo e potevo portare a scuola i figli in tutta comodità. Che non mi lamentassi.

Queste sono state le considerazioni più pesanti ma che mi hanno portato, dopo anni vissuti in galera in casa mia, coi cordoni della spesa tirati, a capire che certe situazioni non nascono dal nulla.

Ma nascono nelle famiglie di origine.

Si chiama violenza economica quando una donna non è libera di avere un lavoro, non è libera di disporre di risorse economiche familiari in maniera indipendente, quando viene tenuta all’oscuro di tutto ciò che riguarda la sfera economica della coppia al suon di “tu non ti preoccupare che faccio io”.

È violenza economica quando una partner non sa cosa accade sul conto corrente cointestato, quando non sa quanto guadagna il suo partner perché non le viene mai detto nulla e subisce condizionamenti perversi che la fanno sentire sbagliata ed in colpa perché spende denaro non suo.

È violenza economica quando non hai soldi per comprarti vestiti, o quando magari li hai racimolati facendo la cresta sulla spesa ma poi vieni accusata di aver speso troppo per due pantaloni e tre magliette da chi non sa nemmeno che fino a ieri andavi in giro con le pezze al culo.

È violenza economica quando ogni spesa che fai, dopo averla pensata, calcolata e calibrata nel budget mensile viene vista come un superfluo… A meno che non si tratti di cibo. Perché chi pratica violenza economica ama disperatamente mangiare. E ti fa risparmiare sul gelato per i figli, ma lui al ristorante ci deve andare, anche ogni giorno, perché lui lavora e… Se lo può permettere. E se lo merita. I bambini possono stare anche senza il gelato.

Allora capisci che se sei vittima di violenza economica, sei vittima di un uomo ma anche della famiglia che lo ha cresciuto e del contesto sociale nel quale è stato allevato.

E capisci, purtroppo, che la violenza economica non viene mai da sola.

Non c’è vittima di violenza economica che non subisca anche violenza verbale, psicologica e spesse volte anche fisica.

La violenza economica non è un fenomeno a sé stante. Appartiene ad un ben più complesso ambito di dinamiche di coppia disfunzionali che devono essere portate alla luce, se si vuole uscirne.

Alla fine ne sono uscita. Bene ma non benissimo, come si dice.

Il mio ex marito, ancora convivente, è in terapia. Siamo ancora un nucleo familiare monoreddito: dopotutto ho quasi 50 anni, quattro figli minori di cui una disabile. Non abbiamo familiari disponibili, non li abbiamo mai avuti. Lavorare è impossibile per me ma cerco di contribuire, seppure in nero, con le mie reali ed eccellenti competenze umanistiche, adesso lo posso dire, veramente eccellenti (e stica… la professoressa!) dando ripetizioni di lingue straniere.

Riappropriarsi della propria autostima è la priorità. Serve aiuto per questo. Non si può prescindere da un buon percorso di psicoterapia. Io me lo sono imposto, lo devo ai miei figli e lo devo soprattutto a me stessa.

Published inFinanza

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